In italia da poco si parla di Piwi, nome derivato dall’acronimo tedesco (pilzwiderstandfähig) “viti resistenti ai funghi”. Sono quei vitigni frutto di ricerche e sperimentazioni che non hanno bisogno di trattamenti chimici. Sono un’alternativa ecosostenibile, spesso associata alla coltivazione bio. Questi vitigni non sono il prodotto di una manipolazione genetica, ma del classico incrocio di pollini.
Perché questi studi? Avrete sentito parlare delle malattie derivate da funghi o da insetti che colpirono le viti di tutta Europa a partire dall’Oidio del 1845, alla Fillossera del 1863 e alla Peronospera del 1878. La Francia avviò con successo ricerche su viti resistenti che poi abbandonò e proibì, le riprende anni dopo la Germania con l’Istituto di Friburgo che ha creato alcune varietà, tra le più usate.
Sono attivi i paesi del nord e dell’est Europa, la Francia e l’Italia. In Italia esiste un registro nazionale in cui sono inseriti i vigneti piwi, ma sono le regioni che danno l’autorizzazione a impiantarli, oggi 5 regioni del nord lo hanno fatto.
I vitigni resistenti apportano diversi vantaggi: riduzione dei trattamenti fitosanitari, minor consumo di acqua, sicurezza sanitaria per viticoltori e cittadini che vivono in prossimità delle vigne, uve più sane, minori costi di produzione e vini con caratteristiche nuove.
Ho scelto tre aziende rappresentative di questa nuova frontiera, tra loro molto diverse, una lombarda – Nove Lune- che ha sposato totalmente questo metodo, una trentina – Pravis- e una veneta – Roeno- che hanno scelto di avere anche una linea di vini Piwi da conoscere e provare.
Se volete sapere di più sulle aziende selezionate chiedete il numero di settembre.
Articolo tratto dalla rubrica “Tutto da Bere” di Marcello Coronini – numero di settembre 2021 – Sano &Leggero un mensile di RCS editore
